La mia prima memoria

La mia prima memoria dell’Italia è il nostro arrivo a Milano verso l’alba. La stazione ferroviaria sembra misteriosa, grandissima e piena di fumo—quasi un sogno. La prima parola che sento parlata da un italiano in Italia, è “facchino”. Sebbene il mio italiano dopo due anni di studiarlo all’università sia tanto ruvido, quasi inesistente, capisco subito che è un facchino il quale annuncia i suoi servizi. Dopo altre due ore arriviamo alla stazione di Bologna. Sembra che il treno arrivi all’ultimo binario perché il cammino dal treno alla stazione è interminabile. Fa tanto caldo. Le mie valige con tutti i miei vestiti per un anno sono pesantissime. Sudo abbondantemente.

Andiamo in un minibus alle nostre pensioni. Quando io e la mia amica arriviamo alla nostra pensione sappiamo subito che alla nostra signora non piacciono gli stranieri. Non ci dice molto eccetto per dire che non ci sarà l’acqua calda fino alla fine dell’ottobre. Io e la amica, Linda, incominciamo una ricerca. Abbiamo molta fame e cerchiamo un ristorante per pranzare. Camminiamo dappertutto al centro della città di Bologna. Sembra che molti ristoranti siano chiusi. Ogni volta che troviamo un ristorante aperto ci sono dentro solamente uomini che mangiano. Ci rendiamo conto solo più tardi che la ragione è il Ferragosto. Tutti sono partiti dalla città e i pochi che rimangono sono uomini.

Finalmente dopo molte ore di camminare di qua di là di su di giù, ci fermiamo ad un bar solo pochi passi dalla nostra pensione. Guardiamo un giovanotto con un aspetto tanto amichevole che sembra intuire che abbiamo fame. Dice “Un panino?” Gli diciamo insieme “Sì, sì, un panino.” Ci dice, “di prosciutto?” Gli diciamo, “Sì, sì, di prosciutto.” Allora quelle sono le nostre prime parole in italiano in Italia.

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